NFC north recap: Detroit Lions

La pietra dello scandalo: Teez Tabor

Come secondo appuntamento nella serie, tocca ai Detroit Lions. Può sembrare pleonastico (e forse lo è) ma mi sembra corretto fare un’analisi meno di cuore dell’offseason anche per loro.

La franchigia del Michigan, sopravvissuta miracolosamente al ritiro di Megatron sulle ali dei comeback, si è trovata alle prese con numerosi buchi di personale da tappare in offseason.

In free agency Bob Quinn, il GM al suo secondo anno, lista della spesa alla mano ha deciso di concentrarsi sulla linea offensiva1 dovendo scegliere se trattenere o no i veterani Riley Reiff e Larry Warford.
Il primo, in particolare, era un caso interessante visto che per i Lions sarebbe stato il tackle destro ma che, avendo esperienza, il suddetto avrebbe preferito essere pagato come un tackle sinistro.

In entrambi i casi, Quinn ha preferito non inseguire i giocatori in un’asta al rialzo ma si è aggiudicato i servizi di Ricky Wagner (dai Ravens) a RT e dell’ex-Packers TJ Lang come guardia destra.

Se in entrambi i casi si può parlare di un upgrade (ad un prezzo inferiore a quanto sarebbe costato trattenere i veterani) la mossa non è esente da rischi in quanto la chimica è fondamentale nel gioco di linea e cambiare due pezzi sullo stesso lato non è automatico (specie visto che Lang è convalescente e non potrà allenarsi per un altro mese almeno).

Nel tentativo di rinforzare il lato difensivo, Quinn ha scritturato tutta una serie di giovani con carriere in cerca di rilancio. Cornelius Washington come DE base, il DT Akeem Spence come vice-Ngata, Paul Worrylow per rimpolpare la stanza dei LB (nonché come vero e proprio istruttore in campo) e il CB DJ Hayden a competere.

Altra nota dolente: i TE. Arriva Darren Fells, in primis bloccatore ma anche in grado di ricevere.

Qualche altro giovane messo in squadra per competere dopo, la lista dei buchi faceva ancora impressione.

Dopo il rilascio di DeAndre Levy, il reparto linebacker era composto da Tahir Whitehead, reduce da una stagione non proprio entusiasmante, dal suddetto Worrylow e da special teamer assortiti.

Malgrado le addizioni, la linea difensiva non sembrava sistemata specie dirimpetto a Ziggy Ansah ma non solo. Anche un DT puro in grado di penetrare al centro non sembrava a roster.

In attacco il gioco di corsa era stato, come d’abitudine, scarsissimo e, secondo molti commentatori, necessitava un bello stimolo se non una rifondazioni. In più, la profondità scarseggiava per ricevitori e TE.

Alla fin della fiera, Bob Quinn ha approcciato i problemi in maniera decisamente personale: non si è degnato di scegliere un running back in tutto il draft, professando fiducia nei giocatori già a contratto.

I rinforzi per la linea difensiva sono arrivati con mooolta calma al sesto e settimo giro, quindi auguri di buon lavoro a Jeremiah Ledbetter e Pat O’Connor visto che per arrivare nei 53 gliene servirà di ottimo e abbondante.

Anche nel resto delle scelte, Quinn ha mostrato una certa tendenza ad infischiarsene delle valutazioni comuni e dar retta solo al suo staff e a se stesso.

Al primo giro, malgrado l’imprevista permanenza di Ruben Foster sul tabellone, ha tirato dritto ed ha portato in blu e argento Jarrad Davis dalla Florida, altro LB di valore ma sicuramente meno pubblicizzato come futura superstar.

Ancora più sorprendente la selezione al secondo giro: Teez Tabor, CB sempre di Florida con molti dubbi sul carattere e sul profilo atletico ma con sull’altro piatto della bilancia delle prestazioni ottime in college.

Al terzo giro, è arrivato Kenny Golladay da Northern Illinois, WR con ottimo fisico e buon nastro ma contro un livello di competizione non entusiasmante e decisamente grezzo, da molti previsto come un quarto o anche quinto giro.

Completano il quadro un altro LB atletico ma con presunti problemi di durata in Jaleen Revis-Maybin, un TE complementare da sviluppare accanto a Fells ed Ebron in Micheal Thomas, un secondo CB proiettato dai propri misurabili nello slot (e probabile ritornatore) in Jamaal Agnew e da Brad Kayaa, QB da molti proiettato ai giri medi e che sicuramente può ambire al ruolo di secondo.

Quinn ed i Lions sembrano mettere in primo piano il fit con lo schema proposto e la profondità nelle varie posizioni, preferendo un tot di giocatori solidi da mettere in rotazione ed usare a seconda delle necessità alla ricerca di giocatori in grado di coprire al massimo un dato ruolo al prezzo magari, di un drastico calo delle prestazioni in presenza di riserve.

Questo piano non è sembrato esente da pecche lo scorso anno, quando per esempio la linea difensiva era piena di giocatori con contratti “prove it” che non si sono dimostrati all’altezza delle aspettative, costringendo lo staff a ripiegare su quella difesa bend don’t break che poi, a fine stagione, si è rotta definitivamente.

Quest’anno il gruppo messo in piedi da Quinn e compagnia deve dimostrare di essere più solido, in modo da non dipendere solamente dalla bravura di Matthew Stafford nel 2-minutes drill e dall’affidabilità di Matt Prater.

In difesa, lo standard era davvero anemico e far rimpiangere il vecchio gruppo dovrebbe essere difficile.
In attacco, molto dipenderà dal gioco di corsa e, al riguardo, vedremo se la scelta di privilegiare i miglioramenti alla linea rispetto ad un nuovo RB pagherà.

Ultimo punto prima di concludere: questo draft è molto proiettato sul futuro. Tra le posizioni in cui transizione tra college e pro è difficile, sicuramente spicca quella di cornerback. Non stupitevi se Tabor non inizierà la stagione di rimpetto a Darius Slay.

Come detto prima, Quinn ha fatto le cose un po’ come gli pare fidandosi della propria big board e delle valutazioni del proprio staff sia di coach che di scout (Quinn predica la sinergia tra i due).

Se l’annata vedrà un brusco calo rispetto allo scorso anno, il primo sul banco degli imputati sarà Jim Caldwell (in scadenza di contratto) ma anche la luna di miele tra Quinn ed i tifosi Lions sarà ufficialmente finita.

Una conferma, invece, sarebbe la prima coppia di stagioni vincenti dal 2000-2001, quindi un ottimo risultato per la franchigia del Michigan.

Allo stato delle cose, scegliere quale degli esiti sia più probabile non è per niente facile.


  1. comprensibile visto il crollo dopo l’infortunio di Stafford. 

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