
Alla fine come prevedibile, è arrivata la L attesa contro i Rams in una partita, però, dal punteggio bugiardo in cui i Lions sono stati competitivi quasi fino alla fine, cercando qualsiasi modo per restare al passo con una squadra davvero ai vertici della NFL che, non dimentichiamolo, lo scorso lunedì aveva sepolto gli esplosivi Chiefs sotto una valanga di 54 punti.
I Lions sono riusciti a limitarli grazie ad un solido lavoro della linea difensiva che spesso ha messo pressione a Jared Goff senza ricorrere a blitz troppo frequenti (solo alcuni, ben pensati ed efficaci) ed ad un piano difensivo ben meditato di P&P che mixava zona e uomo che ha limitato i Rams ad un solo field goal nel primo quarto ed un ulteriore TD ed un Field goal nel secondo.
L’attacco dei Lions, malgrado tutti gli sforzi, ha risentito degli infortuni e della sua natura ancora prevedibile nonchè del dover affrontare due dei più terribili difensori interni della lega in Aaron Donald e nel nostro, vecchio amico Ndamukong Suh.
Alla fin della fiera, la difesa dei Rams metterà a referto 4 sack nonché una classica hit fuori tempo massimo di Suh stesso su Matthew Stafford (“era un colpo dovuto da lungo tempo”. Il tempo passa, lo stile, per mancanza di miglior parola, resta).
Paurosa davvero la prestazione di Aaron Donald con 5 Tackle for loss, 2 sack (più uno vanificato da una penalità), 4 hits, un fumble forzato su Matthew Stafford battendo il raddoppio della linea e tirando una mazzata sulle braccia del povero QB che non ha potuto evitare di perdere la palla (per quanto si sia assunto la responsabilità della giocata, per una volta, di fronte a tanta potenza, non me la sento di dargli piena colpa).
Proprio questa giocata è stata il punto di svolta della partita consegnando ai Rams una posizione di campo ottima, diventata rapidamente il Touchdown che ha fatto prendere il largo ai favoriti.
Questo ha messo ancora più pressione sull’attacco (che non è riuscito ad andare oltre al Field Goal) e alla difesa che ha ceduto sulle corse, dopo lunga e mirabile resistenza, subendo anche l’onta di vedere Todd Gurley rifiutare il TD immediato per far spendere l’ultimo time out ed entrare subito dopo in end zone, seppellendo i Lions sotto il 30-16 definitivo.
Il drive finale (che avrebbe potuto solo diminuire lo scarto e magari far contento qualche scommettitore) finisce con un’intercetto in end zone, simile in maniera inquietante a quello della scorsa settimana: Stafford lancia sul secondo paletto e Kenny Golladay, stavolta che legge un tiro sulla parte della zona di meta più vicina.
Ma, appunto, erano ormai particolari.
Purtroppo, Cooter sta lavorando con un attacco incompleto, molto monodimensionale ed ha provato a supplire alle carenze trasformando Levine Toilolo in Eric Ebron1 con tre ricezioni per 90 iarde (massimo storico) e disegnando un TD su lancio per Taylor Decker che è stato un momento davvero emozionante, specie per Decker stesso che ha lanciato la palla negli spalti prima di ricercarla affannosamente2 via social media in quanto questo, in tutti gli anni in cui ha giocato, è il primo TD che segna.
Uno sfoggio di creatività arrivato in ritardo ed, in ultima analisi, inutile ma che ha messo in mostra la volontà dei Lions di non arrendersi e di giocare fino all’ultima idea.
In quest’ottica si può leggere anche la scelta di sorprendere i Rams con un onside kick subito dopo il TD di Decker: ottima idea, davvero apprezzabile anche per il coraggio ma eseguita purtroppo malissimo da un Sam Martin che è tornato ottimo sui punt normali ma deve lavorare molto, molto sugli onside (due e uno peggio dell’altro).
Della difesa, ho già detto ma c’è da notare una volta di più l’apporto di Snacks Harrison, davvero un all-pro come livello di gioco (l’avete votato per il pro bowl, vero?) che ha nobilitato l’interno della linea e sbloccato il potenziale dei suoi compagni Robinson ed Hand. Al contrario, evanescente Ansah: di questo passo, i Lions non dovranno investire molto per provare a rifirmarlo nel 2019, ammesso che lo vogliano.
La secondaria rattoppata vede Quandre Diggs come leader naturale, mentre Slay soffre un anno difficile e la stella di Teez Tabor tramonta mestamente senza mai essersi alzata sopra l’orizzonte, soppiantato dall’immaturo ma atletico Mike Ford (c’è un messaggio qui, Bob. Coglilo) e pure dagli ultimi arrivati in squadra; Newin Lawson, davvero è una certezza nella sua mediocrità.
In tutto questo, la notizia più importante è stato l’impegno profuso a tutti i livelli ed in tutte le fasi, fino all’evidente frustrazione di Jarrad Davis (anche lui non perfetto ma in ascesa) in panchina, fino a scagliar via l’elmetto di fronte ad una partita che stava sfuggendo di mano malgrado tutti gli sforzi.
Ad un punto della stagione in cui qualcuno, anche nella stessa division, sta già tirando i remi in barca e pensando alla stagione invernale sulle montagne rocciose o alle Hawaii, è uno spettacolo confortante e di buon auspicio per la gestione Patricia, che molti accusavano di aver perso la squadra prima in estate perché, orrore, faceva correre i giocatori, poi con gli allenamenti all’aperto al freddo (orrore bis) poi così perché qualcosa bisogna scrivere.
Certo, lo spirito combattivo da solo non serve ad un tubo (e anche ieri si è visto) ma, unito ai progressi della difesa, dimostra che il lavoro c’è e che potrebbe fare da base per il futuro.
Sicuramente, serviranno rinforzi e cambiamenti (specie sul lato offensivo) e non è detto che la cura funzioni ma non vorrei buttare il bambino con l’acqua sporca, iniziando ad invocare repulisti fin da ora.
Vedremo quest’ultimo mese cosa porterà sul campo e, poi, cosa succederà in offseason ma in ogni caso:
One pride!