Alcuni giorni fa, avevo notato una serie di tweet di Marquis Flowers in cui il LB ora in forza ai Redskins parlava del suo periodo a Detroit, lodando Matt Patricia e dicendo di essere stato in un periodo buio durante quell’esperienza e di “dovere delle scuse a Detroit”, essendo pronto a “rigiocare per Matty P. se dovesse presentarsi l’occasione”.
(NOTA BENE: non sono riuscito a trovare i tweet originali malgrado un’accesa discussione con la funzione cerca di twitter.)
La storia mi aveva stuzzicato ma non avevo certo modo di approfondire ulteriormente e la curiosità era rimasta lì.
Poi è arrivato Mike Payton di Pride of Detroit; Mike è molto interessato (anche per motivi personali) all’aspetto della salute mentale nel football americano (ricorderete forse la sua ottima serie di articolo pubblicata lo scorso anno) ed è riuscito a contattare per telefono Flowers per un colloquio molto interessante.
Flowers spiega come, avendo avuto un ottimo anno nel 2017 ai Patriots, avesse deciso di testare la free agency, sperando di tornare a giocare per Matt Patricia (o come lo chiamano confidenzialmente molti giocatori, lui compreso “Matty P.”). Quando i contatti non si erano concretizzati, Flowers aveva deciso di restare in New England, anche per non sradicare la sua famiglia (ha tre figli di cui uno appena nato all’epoca dei fatti).
Il taglio da parte dei Patriots, però, gli ha sconvolto i piani e anche ritrovare Patricia non lo bastò.
“Matty P called and they get me to Detroit, I was happy to see Matty P. But I was just not myself. I was still frustrated, I was still mad, blindsided. Now I got this kinda, I wouldn’t say anger, I’ve always had a chip on my shoulder but it was more like a vengeful thing. It was bad. I wasn’t in a good place. I wasn’t very coachable. I went to Detroit expecting stuff instead of working for it, and that’s the first time in my career I think I’ve ever done that.”
“Matty P chiamò e mi portarono a Detroit. Fui felice di vedere Matty P. ma semplicemente non ero me stesso. Ero ancora frustrato [dal taglio subito NDR]. Ero ancora arrabbiato, preso alla sprovvista. Aveva questa, non direi rabbia, ho sempre dovuto dimostrare qualcosa ma era più come essere vendicativo. Era brutto. Non stavo bene. Non ero molto allenabile. Arrivai a Detroit aspettandomi cose invece di lavorare per esse ed è stata la prima volta nella mia carriera, penso, che ho fatto così”
Alla fine, dopo solo cinque partite quello che era stato visto da molti come un giocatore importante per la difesa, fu rilasciato “Patricia mi aveva fatto arrivare mettendoci la faccia e sento di non aver dato quello che potevo” dice Marquis Flowers e ancora “Molti a Detroit penseranno che sono uno str§§o e questo mi rode ogni giorno”.
Marquis Flowers poi spiega che in questo periodo si è dovuto confrontare con la depressione e con l’incertezza di poter partire e ricominciare altrove in qualsiasi momento, di aspettare notizie dal suo agente. Della difficoltà di trattare con la propria fidanzata e dirle che dovevano partire da un posto che le piaceva.
Ora ha un biennale con i Redskins e, soprattutto sta molto meglio il che è la cosa più importante di tutte; spesso noi vediamo i contratti dei QB o delle altre star e ci scordiamo che la classe operaia della NFL può avere contratti milionari ma resta sempre a rischio taglio e con pochissime garanzie in caso di infortunio. Raramente le franchigie possono permettersi di avere il cuore tenero, tenendo a roster giocatori non immediatamente utili (anche se spesso fanno più di quanto gli si riconosca su vari versanti, tipo appunto la prevenzione dei problemi mentali).
Personalmente, spero che il prossimo contratto collettivo possa spostare l’ago dei contratti un di più verso il modello NBA: con quanto è rischioso il gioco, questi ragazzi, spesso con famiglia al seguito, se lo meriterebbero.
Al solito, se dovete leggere un solo articolo oggi, leggete questo, con complimenti ripetuti a Mike Payton per il lavoro e auguri a Marquis Flowers.
