
Ormai ci siamo, la traversata del deserto iniziata con il licenziamento di Matt Patrici e Bob Quinn è finita.
Dopo un processo lungo ed articolato che ha richiesto diverse fasi ed è stato molto, molto diverso da quello di cinque (e tre) anni fa, Sheila Ford Hamp ed il suo entourage hanno scelto l’ennesima nuova dirigenza che cercherà di portare la squadra a dei risultati sportivi di rilievo.
Infatti, sarebbe meglio dire che la prima parte della traversata è finita: ci sembra di aver fatto un sacco di strada e, come il capitano Marlowe di Apocalypse now, ci troviamo a constatare di essere ancora a Saigon, con la strada più dura ancora tutta davanti a noi.
Davvero, la sensazione è che nel gioco dell’oca della caccia al Lombardi, i Lions siano tornati decisamente al via, grazie al lavoro del Barba e le sua ossessioni personali su come una squadra deve essere.
Rispetto al 2009, quello che c’è in più è un QB che, però, potrebbe non aver voglia di far parte di un terzo rebuild e che si sarebbe pure guadagnato il diritto di giocarsi le ultime possibilità di vincere in tempo utile.
Per il resto, la difesa è un’incognita, per non dire un deserto, pieno di giocatori scelti per l’aderenza schematica più che per il talento, la stanza dei ricevitore è tristemente vuota e i free agent timorosi di venire.
In questa situazione, SFH ha provato a fare le cose differenti.
In primis, appunto nel processo: nel 2016, Martha Firestone Ford, dopo un repulisti fortemente necessario, si era affidata ad Ernie Accorsi su suggerimento della NFL. Ed era stata una fiducia quasi cieca, come si conviene ad un’ottantenne che si affaccia ad nuovo ruolo. Accorsi aveva fatto un lavoro un po’ così, con solo tre colloqui prima di scegliere Bob Quinn.
Nel 2018, Rod Wood aveva deferito a Bob Quinn ed alla sua maggiore esperienza nel campo (quello che tutti invocano quando si dice che bisogna coinvolgere dei football guys) e Quinn aveva già deciso tutto in cuor suo cosa fosse il meglio, preparando così il terreno per la sua stessa caduta.
Stavolta, il collegio giudicante è stato a quattro: proprietà, Presidente, il neoadvisor Chris Spielman (che un po’ di football ne ha visto) ed il mago del cap Mike Disner. La ricerca più vasta (12 nomi per quanto riguarda il GM, 6 confermati per il posto di HC più alcuni sicuri tra gli allenatori di college).
Anche i criteri sono stati diversi: per ammissione dello stesso Wood, nella ricerca del 2018 ci si era concentrati sul palmarès del candidato mentre stavolta è stato deciso un set di parametri ideale con cui confrontarsi e anche questi setting mostravano che la direzione era un’altra.
Non si trattava dare la spinta decisiva ad una squadra ben avviata come si pensava nel 2018 ma di ricostruire tutto, a partire dalla cultura e dall’identità di una squadra. Una cultura che non si limitasse a parlare di lavoro di squadra e unità di intenti (tutte cose che diceva e cercava di implementare pure Matt Patricia, a modo suo) ma si fondasse su questi principi, privilegiando la comunicazione e la collaborazione a tutti i livelli.
Quindi, arriva un superscout come Brad Holmes per trovare in maniera consistente talento al draft; si riorganizza la società per dividere meglio le responsabilità ed aumentare la comunicazione interna.
In ultimo, ci si affida ad un allenatore il cui risultato più noto è stato quello di prendere un gruppo disfunzionale e trasformarlo in una squadra durante la stagione (tra parentesi, prendendosi la responsabilità di licenziare entrambi i coordinatori entranti).
Visto così, sembra un progetto a lungo termine e forse è meglio così. I Lions fanno bene a rendersi conto che i tre anni di Quintricia hanno ucciso il gruppo che c tante speranze ci dava negli scorsi anni (e noi tifosi con loro).
Ora, c’è da ripartire.
Era l’unica strada?
Probabilmente, no. Io, per esempio, ero un sostenitore dell’idea Lewis (ricostruire tramite tranquillità).
Ma è una strada percorribile e, prima di dire che è sbagliata, vediamo assieme dove porta.