
Era previsto ed, alla fine, Matthew Stafford ha preso la parola per parlare della sua decisione di richiedere una trade e lo ha fatto in due modi diversi ma contemporanei.
Ieri notte è stata trasmessa la prima parte di un documentario in quattro parti “The Stafford Journey” in cui Stafford parla con l’amico e conduttore Hank Winchester (le seconda parte si concentrerà su Kelly e la sua lotta con il cancro, per il resto lo ignoro). Qui un riassunto delle fasi salienti del video da cui riassumo a mia volta che richiedere una trade è stata una decisione difficile e che Stafford non pensava affatto che i Rams potessero entrare seriamente in gioco (un po’ come tutti noi e non solo).
Probably the hardest conversation I’ve ever had in my life. It was a really tough deal. I’ve got to give the Lions a bunch of credit for the way they handled it. I have all the respect in the world for the Ford family
Probabilmente la conversazione più dura che ho dovuto sostenere in vita mia. È stato un affare davvero tosto. Devo riconoscere ai Lions un sacco di credito per il modo in cui l’anno affrontata. Ho tutto il rispetto possibile per la famiglia Ford.
Stafford spiega che avrebbe voluto portare un Lombardi a Detroit “ma non è la maniera in cui finirà” e che la sua vita (matrimonio, figlie e quant’altro) si è svolta a Detroit.
In aggiunta a questo, la Free Press ospita una lunga intervista con Mitch Albom, giornalista e scrittore molto vicino anche lui a Stafford, opportunamente intitolata “Matthew Stafford ha dato hai Detroit Lions ‘ogni dannata cosa che avevo”. Ancora è lacerato per l’addio”.
L’intervista è anche questa lievemente agiografica, forse troppo per i miei gusti anche se posso capire che non fosse il momento giusto per le domande scomode.
Stafford spiega che non pensava di poter finire la carriera altrove e che pensava ad una cerimonia di ritiro con Martha e Sheila tra alcuni anni con un paio di Lombardi in bacheca ma che, quando stava diventando chiaro che la gestione Patricia era diretta verso una fine ingloriosa avevano cominciato a parlare con Kelly della possibilità di chiedere una trade (non troppo curiosamente, Stafford dice “To be honest, Kelly and I probably started talking about it before last season”. Quindi già da prima della scorsa stagione qualcosa che puzzava c’era).
In my mind, I felt like I was going to be able to help us go win six, seven, eight games, because I wasn’t gonna let us lose more than that, you know? But I probably wasn’t good enough (by myself) to help us win more than that. And maybe we don’t ever get those top picks that we needed.
Nella mia testa, sentivo che ero in grado di portarci a vincere sei, sette, otto partite perché non avrei permesso di perderne di più, sai? Ma probabilmente non ero abbastanza bravo [da solo] per farci vincere di più di quelle partite. E forse, non avremmo mai avuto quei pick altissimi che ci servivano.
(Nota personale: la valutazione di Stafford sul suo impatto in una stagione coincide con quella dello scrivente. Con un distinguo: non credo che ci sia un giocatore in grado di fare molto di più che tirare su una squadra di 5-6 vittorie quasi da solo).
Stafford, poi, spiega che dopo aver parlato con i dirigenti ed aver trovato il clima di cui si diceva sopra, ha chiamato i suoi Lineman, in particolare Taylor Decker e Frank Ragnow perché non voleva che lo sapessero da altri ed ha ricevuto una reazione di tristezza per la partenza unita agli auguri di andare a vincere quelle partite importanti che a Detroit gli sono sempre scappate.
Their reaction would buoy him. While both said “they would miss the hell out of” their teammate, they each added, “Go get a gold jacket, man.”
La loro reazione lo avrebbe incoraggiat. Mentre entrambi dicevano che “gli sarebbe mancato un casino” il loro compagno, entrambi aggiunsero “Vai a prenderti una giacca dorata, amico”. [NdR: la giacca dorata è quella che si metterà Calvin Johnson tra qualche mese, se servono spiegazioni]
“I’ve always wanted to play in those big games, I feel like I will excel in those situations. I wanted to shoot my shot.”
“Ho sempre voluto giocare in quelle partite imporanti. Mi sento come se potessi eccellere in quelle situazioni. Volevo giocarmi il mio numero.
Stafford spiega con molta onestà che il brass dei Lions avrebbe potuto dirgli che gli spiaceva molto ma aveva due anni di contratto e non se ne faceva di niente (non sembra che Stafford volesse forzare una trade come altri QB che si leggono in giro ma, come detto, qui forse c’è un po’ di propaganda al lavoro) e che invece “sono stati straordinari”.
Poi si passa a discutere dell’approdo in California, accennando alla famosa vacanza a Cabo ma convenientemente glissando sul rapporto con Sean Macvay e preferendo concentrarsi su un anedotto con Andrew Whitworth.
Poi si passa a quella che forse è la parte più interessante dell’articolo: Stafford parla degli infortuni subiti quest’anno ed è una lista che posso solo definire pazzesca:
I had the partially torn UCL in my right thumb, I tore my UCL on my left elbow on the second to last play of the Houston game that nobody knew about, trying to stiff arm a guy. That’s why I started wearing a sleeve on my left arm because I had all sorts of tape underneath it, just to hold it in place. I broke my cartilage on my eighth rib in Green Bay. I also tore something (in the back of) my left knee. And then I had a subtalar, right ankle sprain.
(ci sono troppi termini medici per essere sicuro di non scrivere castronerie)
Stafford spiega di non aver divulgato molte di questi infortuni per rispetto ai compagni, che anche loro avevano le loro, e per rispetto ai cittadini di Detroit che hanno problemi più pressanti rispetto ai suoi come il mutuo ed i conti da pagare o la disoccupazione (il prossimo articolo di Albom arriverà direttamente con un santino, credo) ma che la cosa più importante per lui era che nessuno pensasse di andare via, senza aver dato il massimo per la squadra e la città.
You know, I want nothing more than to be able to come back to this place 10 years from now and everybody welcome me with open arms. And that was one of the biggest things that was weighing on me as I went in there to talk to them. I was like, ‘I don’t want anybody to ever feel like I’m giving up on this town, or this city, or this place, I gave it everything I possibly had here
Sapete, la cosa che voglio di più al mondo è poter tornare in questo posto tra 10 anni e trovare tutti che mi danno il benvenuto con le braccia aperte. E questa è stata una delle cose più importanti mentre andavo a parlare con loro [La dirigenza Lions NdR]. Ero tipo, “non voglio che nessuno mai senta che sto tradendo questa città o questo paese o questo posto, ho dato tutto quello che potevo dare qui”.
Direi che la reazione della dirigenza, dei compagni e dei tifosi dovrebbe averlo rassicurato abbastanza. Al netto dei soliti haters e di alcuni tifosi che sono già passati al “quanto la fai lunga, bastava un bigliettino” (letta oggi su twitter, social tanto utile ma che ogni tanto passa cose così), i rigraziamenti e la comprensione sono stati unanimi.
Del resto, è comprensibile il desiderio di voler provare a vincere e di non voler sopportare l’ennesimo rebuild ed i due primi giri più un terzo (e Goff) sono in grado di sciogliere anche i cuori più induriti.
Gli Stafford hanno intenzione di lasciare alla comunità di Detroit un ulteriore contributo prima di partire alla volta della California oltre a quanto già fanno di beneficienza. Di cosa si tratta di preciso sarà annunciato nei prossimi mesi.
EDIT: gli Stafford e Mitch Albom costruiranno un centro scolastico in un quartiere difficile di Detroit come ultimo regalo per la città. Onestamente, si <beep> la posizione al draft nei prossimi due anni, spero vinca un Super Bowl ASAP
Ancora una buona volta, grazie a Stafford e buona fortuna. Con tutta la pressione addosso della stampa ed una squadra che deve vincere subito, credo gli servirà.
Il servizio di presentazione della serie “Stafford’s Story” (Attenzione: contiene Stafford al Ford Field con famiglia per l’ultima volta da membro dell’organizzazione. Può indurre commozione).