Quattro considerazioni veloci sul crepacuore di Domenica contro i Ravens.

Il tempo e forse l’aver passato il lunedì a masticare amaro, mi spingono ad un altro rapido giro di considerazioni, invece di un recap che poi scadrebbe nel penale quando si arriva al minuto finale.

1. I fischi per i Ford erano prevedibili

Magari ingenerosi, magari fuori luogo ma la famiglia Ford non mette mai il capo fuori dalla suite del Ford (appunto) Field se non in occasioni rigidamente controllate e con un pubblico selezionato. Non so come loro ed i loro addetti alle PR non si siano resi conto che l’occasione sarebbe stata la valvola di sfogo dell’astio e della delusione che venti anni di insuccessi (in particolare) gli ultimi tre hanno generato. Spiace per Sheila Ford Hamp che sta cercando di sistemare il casino ereditato e per Megatron che, malgrado gli applausi a lui rivolti, non è apparso molto soddisfatto della situazione ma è un altro momento spiacevole che poteva essere facilmente evitato. (far presentare Nate Burleson non è venuto in mente a nessuno?)

2. Non è stata una partita completa

Il primo tempo l’attacco non girava per nulla e questo malgrado una difesa Ravens tenuta insieme con la colla; la difesa è stata migliore delle precedenti prestazioni (davvero, non immaginavo che bastasse panchinare Jamie Collins per rivitalizzare il front seven) ma, se Marquize Brown non avesse droppato l’impossibile, lo scoreboard non avrebbe lasciato nessuna possibilità di rimonta ai Lions nel secondo tempo.

Ci sono un sacco di miglioramenti, però che non vanno sottovalutati: Charles Harris non ha fatto rimpiangere Trey Flowers in run defense e questa è una frase che non pensavo avrei mai scritto, Julian Okwara è esploso come pass rusher situazionale, Bobby Price ha mostrato il suo atletismo mettendo in saccoccia tantissima esperienza che gli servirà nelle prossime partite.

In attacco Kalif Raymond sta crescendo e D’Andre Swift ha mostrato cosa sa fare anche quando l’attacco avversario silenzia TJ Hockenson. Goff è ancora altalenante e ha paura a spingere in profondità per lunghi tratti ma quando sente l’occasione sa ricordare il perché è stato scelto al primo giro.

3. I coach sanno il fatto loro ma sono ancora grezzi

Sia il piano difensivo che quello offensivo hanno funzionato; in difesa, Lamar Jackson è stato contenuto nelle corse con grande (ed inattesa) disciplina, rendendolo un QB molto più classico. Non che abbia avuto problemi nelle vesti di pocket passer. Per fortuna dei Lions, i drop di cui sopra ne hanno limitato l’efficacia. In attacco, Lynn ha variato e aggiustato il suo attacco per trovare un modo di far girare la palla; alla fine, l’idea geniale è stata “palla a Swift e pedalare” ed è stata quasi vincente, visto che ha aperto spazi anche per “Er Califfo” Raymond.

Ma l’aggressività è scesa di una tacca al momento sbagliato: prima la decisione di giocare per il Field Goal invece che per il TD (forse corretta vista la sequenza di eventi eccezionale che è servita per ribaltarla), poi la scelta di chiamare TO dopo 3 sack, poi la decisione di andare in prevent sul 4 e 19. Tutte decisioni forse corrette che infatti DC ha difeso nel postpartita ed in questi giorni ma che, sul momento, hanno sembrato ostacolare l’inerzia dei Lions più favorirne la spinta. Personalmente, spero che la prossima volta vengano provate altre strade.

Ma molti dei coach, con l’eccezione di Anthony Lynn, sono abbastanza nuovi nel ruolo e anche le loro scelte possono essere indicative di una certa inesperienza e messe in conto.

4. Perdere così fa malissimo. Ma ci sono momenti peggiori per subire un crepacuore così.

Realmente, perdere così con un field goal allo scadere calciato da distanza record che rimbalza a campanile proprio dalla parte sbagliata fa malissimo e l’urlo che ho cacciato davanti alla tv ne è la prova. Ma non è che abbia deciso un Super Bowl o una partita di play off, ha causato uno 0-3 in un anno di rebuild in una partita in cui tutti davano (e davamo) i Lions perdenti per un TD se andava bene,

Avremmo preferito una vittoria? Certo che sì, sia noi che i giocatori.

Ma non perdiamo di vista il quadro generale: la squadra fa giocare un sacco di giovani ed alcuni di loro stanno dando già segnali importanti in chiave futura.

In più, la squadra mostra segni di miglioramento in ogni livello settimana dopo settimana grazie al lavoro dei coach e a scelte che possono anche far male (tipo Jamie Collins).

Fa male perdere così e le vittorie morali non servono a nessuno, ma probabilmente la strada porta a vittorie sul campo e a tante partite combattute. Son dolori di crescita, per una volta, non semplicemente un destino avverso.


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