Tagli 2022: del doloroso processo del crescere.

Ovviamente, come sappiamo tutti il primo di Settembre non è ancora il momento per sapere come andrà la stagione ma il processo che si è svolto durante l’offseason quello possiamo valutarlo. Anzi, direi che valutarlo è doveroso.

Quello e l’aspetto generale del roster.

Anche ad un primo sguardo, i cambiamenti sono evidenti e potrebbero essere riassunti dalla parabola di AJ Parker.

Arrivato a Detroit lo scorso anno con la poca fanfara usualmente concessa agli UDFA, sempre messi nel mucchio della carne da training camp dagli esperti, Parker ha battuto la concorrenza di Corn Elder per il posto di slot corner, provvedendo a restare titolare per tutta la difficile stagione.

Uno dei valorosi, diciamo.

Quest’anno ha trovato maggiore concorrenza nel nuovo arrivo Mike Hughes e nel progetto di spostare Jerry Jacobs nel nickel (confermato da lui medesimo) ed è stato, un po’ a sorpresa, tagliato.

Ma ancora più sorprendente, almeno per me, è che nessuno si sia fatto avanti sullo wire e che sia tornato ai Lions in practice squad.

Cioè, stiamo parlando di un giocatore magari con dei limiti ma con esperienza da starter e trentuno squadre han detto qualcosa tipo "nah, io passo, ho di meglio".

Con tutto il rispetto per Parker e per il contributo dato lo scorso anno, che resta altissimo, questo dovrebbe farci capire lo stato del roster Lions dello scorso anno assemblato con entrambi gli occhi al futuro e martoriato, specie in difesa, dagli infortuni.

E non si parla solo di Parker, visto che anche Anthony Pittman è tornato in PS mentre non ha ancora trovato casa Godwin Igwebuike, il ritornatore ufficiale di kickoff dello scorso anno (nonché uno dei protagonisti della vittoria contro i Vikings).

In generale, molti che hanno dato il massimo nel 2021 per evitare che la stagione fosse un completo disastro sono stati sostituiti.

Non a caso, quest’anno Brad Holmes ha dichiarato che i tagli sono stati molto più difficili, anche semplicemente per portare il roster ad 85 uomini.

Ed il motivo lo ben esplicato Coach Campbell durante la quarta puntata di Hard Knocks: ogni tanto non basta dare il massimo e fare tutto nel modo giusto, semplicemente qualcuno può avere più talento di te e la squadra aver bisogno di talento.

Non è un processo facile e non è per nulla piacevole dire a qualcuno che, pur non avendo fatto nulla di male, deve finire con il culo per terra. Ma è la dura vita della NFL ed un processo necessario che i Lions devono affrontare per tornare (o diventare) un team che fa paura alla gente.

Ovviamente ci sono diversi buchi nel roster ed un sacco di incognite ma il processo pare indirizzato nella giusta direzione.

Il tipo di Holmes

Ieri si è completato il ribaltone nella stanza dei quarterback Lions.

Già tagliato Tim Boyle dopo la disastrosa prova contro Pittsburgh, i Lions hanno tagliato anche il figliastro David Blough per sostituirlo con il veterano Nate Sudfeld.

(Nota: Blough è stato trattato davvero malissimo da questa gestione e capisco benissimo perché abbia noleggiato una macchina e sia scappato in Minnesota appena gli si è presentata l’opportunità. Prima la decisione, lo scorso anno, di preferirgli un Boyle con un paio di allenamenti sulle spalle, poi, dopo che aveva provato a dare il massimo per una improbabile rimonta contro gli Steelers, un taglio beffa dopo nemmeno ventiquattro ore dall’approdo in rosa. Probabilmente sarà stata la decisione giusta da un punto di vista strategico ma… com’era quella parola? "Grit"? Sì, mi pare proprio fosse "Grit").

La scelta di Sudfeld mi pare importante perché ci conferma che Holmes ha la preferenza per un certo tipo di quarterback, indipendentemente dal nome e dal talento: giocatori alti, con un buon braccio e la mobilità di una statua di ghisa.

Anche la decisione di garantire quasi due milioni di dollari a Boyle nella prospettiva che "si sviluppasse ulteriormente" conferma che la direzione su cui si vuole puntare è quella.

Vorrei dire che è solo una sensazione ma la casistica delle decisioni di Holmes nel ruolo inizia ad assumere un certo volume e, qualora i Lions dovessero decidere di trovare una risposta nel draft nel futuro prossimo, non perderei troppo tempo sui vari eccitanti QB Dual-threat con eccellenti doti atletiche e la capacità di estendere le giocate quanto su migliori pocket passer.

La cosa non è un problema in sé: un buon attacco può essere sviluppato per entrambi i tipi di QB e per tutte le variazioni dello spettro. Diventerà un problema solo qualora i Lions decidessero di passare (ripetutamente magari) su QB più talentuosi in favore di altri che rispettino questo identikit.

Ma sicuramente non è un discorso che riguarda questa stagione. E forse nemmeno la prossima.

È un rebuild

Lo so, siamo tutti carichi per Hard Knocks ma questo rebuild non è mirato al 2022.

Ed, infatti, Big Brad si è rifiutato giustamente di fare previsioni tipo record a fine stagione o eventuale ritorno ai playoff.

La decisione di scegliere dei giocatori come Jameson Williams e Josh Paschal testimonia che la barra è dritta verso il 2023.

Sicuramente nessuno vuole perdere altre 13 partite (nel caso, temo per le arterie di MCDC) ma il roster ha ancora diversi punti di incertezza per fare troppo gli spavaldi.

Per esempio: Jared Goff può riprendere davvero la sua vecchia magia? Jeff Okudah quanto può influire nella secondaria? D’Andre Swift ha già raggiunto il suo massimo oppure ha altro da dare?

A questo si aggiungono alcune posizioni con lo spessore della carta velina (safety, linebacker, Thight End).

Ovviamente nessuno esclude la congiuntura astrale favorevole (sarebbe la prima dal ’57) ma, a fine stagione, probabilmente saremo qui a chiederci quale sarà il passo successivo per finalmente voltare pagina con una squadra pensata finalmente per essere competitiva a lungo.

Feeling good

In ogni caso, dopo i disastri della Patriots Way (buona fortuna a Mac Jones, detto tra noi) direi ci può essere spazio per un cauto ottimismo.

Come ha detto BBrad, lo scorso anno tutto era da sistemare in corsa tenendo insieme le cose con il nastro adesivo. Quest’anno la situazione è migliorata e si usa il fantastico flex tape che ripara acquari, tetti e barche.

Per il futuro, il processo di scouting ed il lavoro dello staff saranno ancora più rifiniti e funzionanti, mentre il roster sembra finalmente messo insieme con un senso (e non solo mettendo dentro un po’ di stelle via draft per poi riempirlo con tizi presi più o meno a caso).

Il Divo non giocherà per sempre, anche se dobbiamo aspettare che arrivi il giusto allineamento astrale o la giusta vibrazione dal tè corretto.

I Bears hanno iniziato un processo di ricostruzione che si preannuncia lungo (e che mi pare più che altro un ritorno al passato) mentre i Vikings sembrano voler restare i Vikings (leggasi: restare nella zona della wildcard un anno sì ed uno no).

Restore the ROAR!


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