La strada di Ben Johnson

Quando ho saputo che Ben Solak di TheRinger era passato per Allen Park durante il training camp, ho immediatamente pensato che non fosse un caso e ci fosse un articolo in vista.

Come previsto, alcuni giorni fa è uscito un articolo che parla della Origin story del nostro supereroe preferito, sia pure senza cappa ma con un cappellino blu ed argento.

Fin dal principio, la storia di Johnson e del suo attacco è una storia di contaminazioni, di essere esposto ogni anno ad attacchi differenti

From 2012 to 2018, Johnson was a coach for the Miami Dolphins—and during those seven seasons, he primarily coached under three different offensive coordinators and play callers. […] This, of course, was terrible for the Dolphins. Their offenses were bad and bad and bad again. But it was good for Johnson. It showed him not just what different offenses could look like, but also the things that could make them fail—the lack of clarity, a hazy vision. And it all culminated on the day he was handed the keys to Jared Goff’s career.

Johnson dichiara chiaramente la natura meticcia del suo attacco. “We are are mutts” dice, usando un termine che si usa per i bastardini (a proposito, che sia cane o sia gatto: non comprare, adotta.)

Molti allenatori, nota Solak, sono purosangue: vengono da un sistema, conoscono quello e ripuliscono secondo le loro preferenze, arrivando (quando riescono) a livelli di eccellenza.

Jared Goff fa da trait d’union proprio con uno di questi, Sean McVay, Mikeshanananiano (si dice? Ora si dice) di strettissima osservanza che per Goff aveva ideato un’attacco easy mode:

Just press the outside zone button a few times, then press the play-action button and put seven points on the board.

Ovviamente non era tutto lì ma il funzionamento dell’attacco di McVay con Goff è stato analizzato più volte, come è stata messa sotto i riflettori la tendenza dei Rams a giocare subito dopo che si staccava la comunicazione tra allenatore e QB e il modo con cui le difese si erano adattate a questo stile, fino ai 6 punti segnati da quei Rams nel Super Bowl.

Oltre ad aggiungere ulteriori variazioni al sistema di Shananan padre, Johnson ha mostrato a Goff altri metodi che non erano per nulla in quello che aveva appreso alla corte di McVay e nel processo ha sistemato Goff, non togliendogli rensponsabilità ma dandogli modo di crescere, trasformandolo in un QB in grado di arrivare alla linea di scrimmage con 5 chiamate disponibili.

Johnson didn’t fix Goff by relying on the McVay stuff. He fixed Goff by enhancing it.

Il segreto dei Lions? La concisione che permette a tutti di tenere tutti sullo stesso filo nelle mille permutazioni dell’attacco dei Lions Una volta di più: i Lions giocano, anche secondo Solak, tutti possibili giochi di corsa che esistenti sulla terra.

There’s not a blocking scheme under the sun that the Lions do not run.

Più tutte le formazioni ed i check disponibili a Goff.

Il che vuol dire che BJ, persona molto lineare, perde le staffe fondamentalmente quando vede che il suo attacco diventa “sloppy”, sciatto e poco attento ai dettagli, perché se la sciatteria può essere la rovina di qualsiasi squadra, sicuramente è mortale per un attacco con tante variabili quanto quello di Johnson.

That coordination is seemingly the secret sauce of this Lions offense. Everyone is on the same page, the same paragraph, down to the same word. To execute such a great variety of runs, the offensive line has to be in perfect sync at the line.

Ovviamente, ora per Goff e Johnson c’è la sfida vera: continuare ad essere produttivi come (o almeno a livelli paragonabili al 2022) adesso che i coordinatori hanno tonnellate di video dello scorso anno e fermare l’attacco dei Lions è una priorità (come cambiano le cose, cantava Fossati eoni fa).

Certo, oltre a Johnson sarebbe saggio far pesare l’influenza che Dan Campbell ha avuto nel 2022 nel riattivare Goff ed al lavoro di Hank Fraley e soci sul gioco di corsa, non scontato specie nel 2023.

Solak termina con una riflessione, lui parla di illuminazione, molto importante ma che resterà probabilmente lettera morta: di solito, i tifosi ma anche le squadre cercano the next big thing negli spogliatoi vincenti, spogliando i coordinatori specie offensivi più di moda (coordinatori che magari continuano a chiamare i giochi nel nuovo ruolo, senza considerare se aiutino la loro causa così facendo), mentre magari ci sono altri buoni coach nascosti dopo anni di gavetta in organizzazioni terribili che aspettano solo la loro chance.

From what I can figure, Johnson had exactly what both Goff and the McVay offense needed: an infusion of creativity and a willingness to change. He hadn’t yet been to the peak of the NFL’s mountaintop and didn’t come from a system that had dominated the league; he was just a guy who had been at the bottom of the NFL pit before and knew his way out.

Non credo che nella attuale fame di informazioni da consumare al minuto nei prossimi cicli proprietari e tifosi (ed head coach) daranno davvero una vera possibilità a coach provenienti da squadre non di moda ma con potenzialità. Sicuramente, Ben Johnson dimostra che ci sono dei diamanti grezzi che aspettano solo un’occasione per splendere.

Per finire, l’altro lato dell’equazione: che sia un QB o un altro giocatore, meglio non avere fretta. Davvero un cambio di allenatore, di scenario e tanta fiducia possono ridare vita ad una carriera.

Siate tolleranti e provate a dare una seconda chance, almeno nel football se non come regola generale.

(Ovviamente, se siete arrivati fin qui, datemi retta: tornate in cime e cliccate quel link. Ci sono molte altre cose interessanti che ho tagliato, video e riflessioni. Fatevi un favore.)


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