
Domenica i Lions tornano a giocare seriamente e a guidarli fuori dal tunnel del Ford Field sarà Matthew Stafford, come da dieci anni a questa parte.
Ci sembra così normale che ormai diamo per scontato la sua presenza e le sue gesta in campo, ma lo Stafford privato è una persona molto riservata che non ama esporsi e che spesso sembra limitarsi a fare il suo dovere di face of the franchise.
Uno sguardo al suo privato eravamo riuscito a darlo alcuni anni fa tramite sua moglie Kelly ma oggi il prestigioso sito the ringer ha pubblicato una lunga conversazione con lui e con alcune persone che lo conoscono bene che vale la pena leggere integralmente.
Si parte ovviamente con recenti problemi di salute di Kelly e con l’affermazione che Kelly è molto più tosta di lui per quello che ha affrontato e come, per confermare il fatto (già anticipato altrove di Albert Breer di SI) che, durante i primi giorni di Aprile e con Kelly ancora nei postumi dell’operazione esenza che i Lions gli avessero chiesto alcunchè, Stafford si recava alle cinque di mattina ad Allen Park, si faceva la sua bella sessione di allenamento e studio e poi tornava a casa per le otto, quando con la suocera aiutava a svegliare Kelly.
“He was playing many roles: dad, mom, quarterback, leader,” Stafford’s friend and Lions punter Sam Martin says. “He had so much shit going on, and you’d have never known.”
“Love,” Mark Richt, his former head coach at Georgia, says, “will do that to ya
Si passa poi ad esaminare i record di Stafford, troppo spesso trascurati per qualche motivo quando non usati per denigrarlo dalla torma dei StatPatfordiani che impestano i social e dare la parola a Dan Orlosky che lo conosce bene e che spera che qualcuno si decida a “svegliare il drago” e dare libertà a Stafford di lanciare come può (io lo scorso anno non so quante volte ho urlato alla TV di “Togliergli la museruola” nello stesso senso). Si torna a parlare della robustezza del #9 e di come sia capitato nella peggiore situazione possibile per un QB1, dei suoi infortuni (viene confermato che lo scorso anno è stato particolarmente tremendo per lui).
Stafford spiega che è una questione mentale, che lui non pensa mai di non giocare perché anche contemplare la possibilità di non giocare, rende più duro scendere in campo.
Si passa al beer chuggin, specialità in cui, secondo Sam Martin, è imbattuto anche se era migliore al college perché si allenava di più; a quello che guarda in TV (Billions, anche perché non c’è per niente sport), al momento in cui al college, chiese di poter abitare fuori dal campus perché tutti lo fermavano e a lui non interessavano quel tipo di onori, al processo di reclutamento decisamente inusuale che lo ha portato all’università della Georgia al posto dell’università del Texas, più importante e sotto casa.
‘You’d say ‘Why’d you go to Georgia?’ and he’d say ‘I don’t know, they asked me to go, and I said yes.’ It was that simple.”
(si, è tutto qui. Altre che conferenze stampa con i cappellini ed altre amenità che si vedono in giro.)
Ma la cosa più importante è il ritratto che esce di un uomo che dà importanza soprattutto (solo?) alle persone intorno a lui. Alla domanda inevitabile sulla legacy che tanto ossessiona gli americani, Stafford risponde così:
“Hopefully it’s with a ring or two, But, I mean, it’s hard because I don’t care what people I didn’t play with care about me. I just want the guys I played with to know that, when they hear my name, they say ‘that dude showed up, worked, played through a lot, good teammate, good friend.’”
“Sperabilmente, sarà con un anello o due ma, dico, è dura perché non mi importa di quello che importa alla gente che non gioca. Voglio solo che i ragazzi con cui ho giocato sappiano, quando sentono il mio nome, dicano ‘Quel tipo arrivava, lavorava, ha giocato in mezzo ad un sacco [di casini], buon compagno di squadra, buon amico”.
Orlosky (che, giustamente, vede il team del 2014 come il migliore che Stafford abbia mai avuto) nota chye Stafford avrebbe anche potuto stufarsi di continuare a cercare di far risorgere questa franchigia ma che ha “un’immensa quantità di orgoglio personale” nel voler vincere un Super Bowl a Detroit.
Graham Glasgow che ne apprezza l’importanza (spesso sottovalutata per la sua città) ma si conclude ancora con DanO.
He would rather play as hard as he can, get beat up and lose and be able to look his teammates in the eye than be phony.
Preferisce dare il suo massimo, essere malmenato e perdere ed essere in grado di guardare i suoi compagni negli occhi che essere finto
L’articolo è bello ed interessante ed i miei inserti hanno il solo scopo di invogliarvi alla lettura completa.
Domenica quando sarà il momento del kickoff, la caccia ricomincerà per Matthew Stafford e noi saremo con lui ancora un anno.
One Pride!
- Le persone attorno a Josh Rosen stanno lavorando duramente per cambiare tutto questo ma divago come al solito. ↩