Post Super Bowl LVI: Il football non vive di manifesti destini.

Come al solito, il Super Bowl è venuto e passato. Anche stavolta non ci riguardava direttamente ma lo abbiamo seguito con un più partecipazione del solito visto che una parte di noi voleva un po’ di soddisfazione per Matthew Stafford (che, tra parentesi, ha ormai lo stesso numero di championship vinte dal QB che gioca su in Wisconsin), un altra che sperava di poterlo vedere gli stessi risultati con la sua maglia storica ed una terza, innegabilmente, sapeva che una vittoria di Stafford al Super Bowl avrebbe messo di nuovo in luce quanti errori sono stati commessi negli ultimi dodici anni a Detroit.

Ma il passato è passato, siamo contenti per Stafford e la sua (sempre splendida) famiglia ma restiamo tifosi Lions perché questo siamo, magagne o no. Quindi, ancora complimenti che si uniscono a quelli dei suoi compagni di avventura degli scorsi anni, tanti ringraziamenti per i pensieri dedicati sul palcoscenico più grande del mondo ma torniamo a parlare di cose serie.

L’half time show, quindi.

Ok, basta scherzare, e vediamo a cosa ci dice questo Super Bowl LVI per il futuro. Come spesso capita, ci dice che le cose, alla fine, non cambiano veramente e che non esistono squadre del destino o giocatori che, da soli, fanno ti cambiano la partita nel football americano.

Ci possono essere talenti speciali (come Joe Burrow ma come tanti altri) che, però hanno bisogno di un supporto all’altezza specie, e qui un po’ casca l’asino, nei ruoli meno glamour: quello che ha praticamente deciso la partita è stata la porosità della linea d’attacco Bengals contro un pass rush potente come quello dei Rams.

E una porosità spiccata in quei ruoli interni che vengono sempre sottovalutati: guardie e centro. Quando, nel secondo tempo, i Bengals avrebbero avuto bisogno di così poco per spiccare il volo, sono stati seppelliti dai sack avversari ed il meme con Burrow a terra dietro un’OL di burro e Sewell libero si è trasformato in realtà nel momento in cui meno doveva succedere.

L’accumulo di talento ad ogni costo è stata la scommessa dei Rams, una scommessa pagata cara in termini di risorse ma che ha portato al risultato massimo. Probabilmente, nei prossimi anni la franchigia pagherà le vacche grasse di questi giorni ma, con un anello al dito, pensate davvero che Les Snead e soci stiano oggi a preoccuparsene?

Il loro schema è replicabile? Boh. Forse. I Rams avevano un buon core con una pessima gestione ai tempi di Jeff Fisher e hanno iniziato nel 2017 a puntare sul volume al draft, sacrificando i pick alti per veterani importanti e scovando tantissimi giocatori ai giri bassi (Cooper Kupp, lo avrete sentito dire, era un terzo giro da un college semisconosciuto) da far crescere in casa.

Quest’anno sono andati all in, prima con Stafford poi con Von Miller e questo ha pagato visto che, quando è stato necessario, hanno avuto a disposizione quello che gli serviva per uscire dalle situazioni più complicate. Non magia, non it factor ma buon, vecchio puro talento.

Onestamente, lo trovo un sistema più semplice da copiare rispetto a quello usato dai Bengals: becca la prima scelta assoluta proprio l’anno in un QB con un talento ed una faccia tosta uniche e lascialo fare.

Il fatto di avere Brad Holmes in cabina di regia, che nella costruzione di quei Rams è stato un fattore da non trascurare, non mi dispiace.

Un altro paio di considerazioni sparse:

  • L’arbitraggio è stato problematico. Sembrava che gli arbitri non volessero fischiare nulla a palla viva. Il che è costato ai Rams un TD palesemente viziato da OPI ed ha rischiato di premiare la squadra più indisciplinata (i Bengals). Quando sul finale sono stati praticamente costretti a fischiare, la gente si è sentita confusa. Ma il problema era quello precedente; se alcune regole rallentano il gioco, sono impopolari, altro, vanno abolite. Fino a che ci sono, vanno fatte rispettare.

  • Non mi dispiace per nulla per un sacco di veterani tipo Andre Withworth che ora possono cavalcare nel tramonto con piena soddisfazione. Se lo farà anche Aaron Donald, capirò benissimo il perché.

  • L’ho detto sopra ma vale la ripetizione: questa è anche la vittoria della classe media dei Rams, giocatori ottenuti negli scorsi anni a giri bassi, nati come special teamer e diventati benzina nella macchina dei Rams.

  • Piano a dire che i Bengals sono qui per restare. La AFC è piena di concorrenza di altissimo livello (Chiefs, Bills) o di squadre in crescita (Patriots). Per un secondo tentativo, Joe Burrow e compagnia potrebbero dover aspettare anni.

  • Per Stafford, una partita classica come ne ha vissute mille a Detroit: gioco di corsa inesistente, la tua arma principale che si infortuna nel primo tempo e un intercetto sfortunato che non è certo colpa tua. La differenza è stata che la difesa c’era per tenerlo in raggio. Eccome. E la scelta di smettere di correre contro un muro ma di passare come se non ci fosse un domani. Ah, e quella che la rimonta gli ha fatto vivere il Super Bowl.

  • Altro motivo per cui Stafford era il QB giusto per i Rams: è abituato a giocare solo per quelli che ha accanto nello spogliatoio e per i suoi cari, non ha più bisogno dell’adorazione della stampa o paura dei fischi altrui. I Rams potrebbero non avere tifosi e lui darebbe il massimo lo stesso.

  • Al solito, un pensiero a tutti i giocatori dei Bengals, terze fasce e veterani, che verranno ritirati forzosamente dalla NFL questa offseason lasciando il circo solo con dei rimpianti per quello che poteva essere. Tutto il rispetto.

Ora, finalmente ci possiamo immergere a pieno nell’off season.

Meno 73 giorni al draft, mettiamola così.


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