Considerazioni del lunedì (8/22): vicino non conta più (Dolphins 31 – Lions 27)

Premessa: non ho potuto vedere la partita in diretta a causa di un crollo totale del Gamepass (e so di non essere stato il solo), quindi ho recuperato con la versione condensata e leggendo qua e là.

Come regola generale, puoi avere la testa vicino alla superficie dell’acqua ma riesci a prendere una boccata d’aria, rischi di non fare una bella fine.

I Lions 2022 sembrano non averlo imparato e continuano ad arrivare vicini al loro equivalente della metaforica boccata, la tanto agognata seconda vittoria stagionale senza mai raggiungerla.

Tristemente, sul banco degli imputati leggiamo i soliti nomi e, forse è proprio questa la cosa più preoccupante.

Riguardo la difesa molto ho già dovuto dire commentando il licenziamento di Aubrey Pleasant ieri: il piano era di ostacolare la forte coppia Waddle/Hill, colpendoli sulla linea di scrimmage in modo da inceppare un attacco basato sul timing e la precisione di Tua Tagoivaloa.

Purtroppo, è mancata la parte fisica del piano, i ricevitori hanno avuto vita facile, anzi facilissima, specie sui terzi down con i risultati che abbiamo visto e che sono costati il posto al DB Coach.

L’attacco ha girato bene per tutto il primo tempo ma con il tempo sono venuti fuori tutti i limiti del personale, specie nel secondo tempo quando i coach avversari hanno fatto gli aggiustamenti (a quanto pare, è consentito dal regolamento): una volta che hanno iniziato loro a jammare e raddoppiare St. Brown e a togliere a Goff la prima lettura, l’attacco ha rallentato fino a fermarsi del tutto.

Josh Reynolds (vedi foto) ha avuto un drop decisivo con il senno di poi ma sia lui che Raymond, malgrado l’atteggiamento mentale e l’impegno che ci mettono tutte le domeniche, non hanno il fisico per sostituire DJ Chark nell’attacco.

(Si potrebbe provare Maurice Alexander ma non dubito che i coach abbiano i loro motivi, se preferiscono tenerlo solo come ritornatore).

DeAndre Swift è tornato ma come corridore puro sembra ancora spaventato e rallentato dal suo problema alla spalle, il che lo rende una copia più costosa e meno utile del Theo Riddick del 2016, mettendo il peso delle corse sulle spalle di Jamaal Williams che, va detto, raramente delude.

A questo punto, sarebbe il caso di esaminare la dicotomia di Jared Goff, tornato ad essere uno dei giocatori migliori dell’attacco ma mai in grado di essere decisivo per la squadra.

Certo, è dura dover essere perfetti per dare una chance ai Lions, vista la latitanza della secondaria ma negli occhi dei tifosi e degli addetti ai lavori, restano i sack al momento sbagliato e gli underthrown improvvisi.

Poco importa che la lettura sia stata corretta (parlo del quarto e due, sparato verso l’endzone) perché tutte le altre letture erano coperte, l’esecuzione è stata deficitaria.

È costata la partita? Sì, no, forse.

Per finire, al team in generale manca ancora la disciplina. Non solo da un punto di vista puramente regolamentare, aspetto che pure latita:

(Probabilmente Amani O. è costato davvero il posto di AP).

Soprattutto, sembra star crescendo un senso di panico che spinge a continui cambiamenti a vari livelli, prima cercando di aggiustare le cose in corsa dal punto di vista schematico poi di personale e ora con i coach.

In tutto questo, Dan Campbell sta iniziando ad essere molto simile ai suoi predecessori, costretto a ripetere che la sua squadra è vicina tutte le settimane e che tutte le settimane ci sono stati episodi, errori che li hanno condannati.

Il che, tecnicamente, può essere anche vero ma, ad un certo punto, se sei zero su quattro nella partite decise da meno di una segnatura vuol dire che questa fantomatica distanza può essere poca ma è dannatamente ancora troppa.

E il fiato cala ad ogni domenica.


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