Note di offseason: Il potere della positività

Robert Saleh

Spesso si sente parlare dell’importanza dell’atteggiamento e di come un atteggiamento negativo possa influire negativamente sui risultati ottenuti.

Senza scadere nella toxic positivity, c’è chi ritiene che i media ed i tifosi di Detroit tengano un atteggiamento troppo negativo per il bene della squadra. Non sto parlando di Jim Caldwell che aveva ribattezzato la sala delle conferenze stampa come “dungeon of Doom” (che in Italiano suona “Il sotterraneo del Fato” o qualcosa di ugualmente malagurante) né di qualche ex-giocatore gentilmente accompagnato fuori città da stampa e tifosi e neppure di Matt Patricia che pure avrebbe le sue buone ragioni, bensì di qualcuno che non ha interessi in gioco.

Si tratta di Robert Saleh, attuale defensive coordinator dei 49ers nonché uno dei nomi caldi dell’ultimo ciclo di assunzioni1, che in un’intervista alla radio ha avuto una domanda sui problemi dei Lions e, dopo le frasi di rito2 ha dichiarato papale papale che l’atteggiamento dei tifosi e dei media non aiuta.

“I’ll be honest. People, fans and media they may not understand it, but those players read some of that stuff. A lot of times the support from fans and media might be the kick in the butt that they need to thrust forward

Sarò onesto. Gente, i fan ed i media possono non capirlo, ma questi giocatori leggono un po’ di quella roba. Un sacco di volte il supporto dei fans e dei Media può essere il calcio in culo di cui hanno bisogno per andare avanti.

Prima di concludere spiegando che l’atteggiamento di San Francisco è diverso.

Un paio di considerazioni:

  • La stampa non è pagata per fare propaganda ma per riportare i fatti. Se i fatti sono positivi, riportano fatti positivi. Se finisci 3-12-1, bé, è più complicato.

  • La mancanza di risultati positivi da tipo 60 anni può generare una brutta atmosfera. San Francisco era al Super Bowl nel 2012, si parla di cinque anni negativi, non di cinquanta.

  • I tifosi possono avere un atteggiamento davvero distruttivo. Lo vedo giornalmente su Twitter o nei commenti FB americani spesso pregiudizialmente negativi e sempre impegnati a fare le pulci a tutto. Stanca me e, a quel che so, stanca anche alcuni addetti ai lavori. Figuriamoci i giocatori che, magari, giocano non al 100% e vengono ricompensati con frasi tipo “Straccione, speriamo che ti taglino.” o anche peggio (tipo il malfamato augurio al Neopapà Eric Ebron di “Lasciar cadere tua figlia come fai col pallone”. Ribrezzo.)

  • Le mele marce sono in tutte le tifoserie ma per i Lions l’atteggiamento è molto più diffuso della media, secondo me. Basta vedere il numero di persone che si augura un altro 2-15 o giù di lì per liberarsi di Patricia e Quinn (che poi spesso sono i nostalgici di Caldwell che poi spesso sono quelli che volevano buttare fuori Caldwell).

  • In generale, credo che Saleh abbia un punto sul fatto che i giocatori e gli allenatori percepiscono la mancanza di fiducia e cercare di sostenere la squadra da parte dei tifosi, senza scadere nella partigianeria più sfrenata, potrebbe aiutare.

  • Per finire, Saleh è un candidato Hot al posto di head coach per il prossimo ciclo. Il pessimo clima (non solo atmosferico) non potrebbe influire su una sua eventuale decisione professionale? E quanti potenziali allenatori o Free Agent hanno preferito o preferiranno altre destinazioni che affrontare questa negatività? Una domanda da tener presente.

  • Cambiamo argomento: su Snacks, a oggi, non ci sono novità ma, qualora dovesse decidere di chiudere la sua carriera, ecco tre nose tackle da considerare sul libero mercato.

  • Bellissimo gesto di Darius Slay al Pro Bowl: le sue scarpe onoreranno il suo compagno Marvin Jones, la sua famiglia e, soprattutto, il piccolo Marlo morto prematuramente lo scorso Dicembre. “Football is family” spesso è uno slogan un po’ vuoto ma ogni tanto no. Per fortuna.


  1. perché non abbia ottenuto un posto da HC, davvero, non lo so. ↩

  2. hanno bravi giocatori, un bravo HC, un buon front office, eccetera. Quello che si deve dire, insomma. ↩

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