
Abbiamo parlato in questi giorni dell’aspetto tecnico dell’attacco dei Lions e di cosa lo abbia reso così efficace la scorsa stagione.
Oggi, grazie ad un interessantissimo articolo di Dan Pompei su Theathletic.com, sito sempre ricco di contenuti di qualità, possiamo approfondire l’altro aspetto dell’equazione, quello fatto non dagli schemi ma dalle persone, aspetto che forse è ancora più determinante dei semplici X’n’0.
In particolare si parla del rapporto tra Ben Johnson e Jared Goff, un rapporto relativamente giovane iniziato nel 2021 grazie ad un inatteso Galeotto, l’attuale HC dei Cincinnati Bengals Zac Taylor.
Taylor era stato il QB coach dei Rams e di Goff fino al 2018 ed aveva conosciuto Johnson quando entrambi erano ai Dolphins.
In quell’inizio di Febbraio 2021, Taylor presentò Goff a Johnson come un QB con del potenziale ancora da sfruttare (quindi non il giocatore limitato che molti dicevano), gran lavoratore e con la testa a posto.
Al tempo stesso, indicava a Goff l’allora TE Coach dei Lions come una risorsa ed un appoggio, anche se non era direttamente il suo coach.
“Taylor saw something in Goff others did not. And he knew something about Johnson that hardly anyone else could.”
Goff avrebbe sfruttato la possibilità specie durante i primi mesi a Detroit, quando la cacciata da Los Angeles e le difficoltà nel far carburare l’attacco pensato da Anthony Lynn diventavano troppo pesanti.
He was always a guy, when things were hard, that I could confide in, Sometimes he had no answer — he’d sit there and listen to me, and that would be the end of it. Sometimes he’d give me a little bit of help. But mostly, he was just a good resource of knowledge and somebody I could rely on.
È stato sempre uno, quando le cose andavano male su cui potevo contare. Ogni tanto non aveva risposte-stava seduto lì e mi ascoltava ed era tutto lì. Ogni tanto mi dava un po’ di aiuto. Ma per lo più, era solo una buona risorsa e qualcuno su cui potevo contare.
Del resto, Johnson era particolarmente attrezzato per comprendere Goff ed i tempi cupi che il QB stava passando. I suoi nella NFL erano stati avari di soddisfazioni e, dopo la pessima esperienza con i Jets di Adam Gase, era stato a spasso per mesi prima che Darrel Bevell lo segnalasse al suo allenatore capo del tempo e Johnson arrivasse a Detroit per ritrovarsi nel gradino più basso della scala gerarchica della NFL (quality control coach) con relativo, magro contratto. Il tutto con moglie e figli a carico.
La fortuna di Johnson iniziò a cambiare a Detroit, diventando prima TE coach per poi venir confermato nello stesso ruolo, da Dan Campbell che, esattamente come Bevell, lo aveva conosciuto e stimato durante l’avventura in Florida quando DC andò ad un capello dal vincere il posto di allenatore titolare.
Soprattutto la svolta per Johnson (ma anche per Goff) arrivò quando Campbell decise di prendere in mano la situazione ed iniziò a chiamare i giochi di persona, chiedendo l’aiuto di Johnson ed ampliandone le responsabilità nel passing game ed il rapporto già costruito con Goff iniziò ad essere un volano per entrambi durante il finale di stagione.
Promosso Johnson come coordinatore offensivo da DC (“no brainer”, dice DC), questi due improbabili eroi (il QB decaduto ed il coach che non conosceva nessuno) si sono trovati nella condizione di costruire un attacco in cui tutti fossero sulla stessa lunghezza d’onda e ci sono riusciti, complice un week-end in cui il duo ha guardato 24 ore di film in tre giorni, confrontando idee e visioni, invece di farsi gli affari propri nel poco tempo libero che la vita della NFL concede ai giocatori ma soprattutto agli allenatori.
It was the best thing Jared and I could have done with that time,” Johnson says. “It was special.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti: Goff ha più responsabilità che mai a partire dalle protezioni. Lungi dall’essere spesso eterodiretto come a Los Angeles, in certe situazioni si trova con cinque giochi disponibili sulla linea di scrimmage da chiamare.
Una crescita evidente, se guardi le partite, che mi farebbe venire l’idea di chiedere a Zac Taylor qualche numero per il lotto, visto che era l’unico ( o uno dei pochissimi) a credere nelle traiettoria del QB da Cali.
Il rapporto tra i due, intanto, è solidissimo e Johnson indica “J.G.” come uno dei motivi fondamentali per cui ha deciso di tornare a Detroit come coordinatore malgrado la corte di varie franchigie.
C’è anche la sensazione di essere, finalmente, parte di una franchigia in ascesa.
C’è il corposo aumento di stipendio che gli è stato concesso.
Ma c’è anche la possibilità di continuare a lavorare con il “suo” QB.
I feel we are tied together to a degree. He’s an extension of me, and I’m an extension of him. I’ve told him multiple times his success is my success and vice versa
Sento che siamo legati insieme in un certo senso. Lui è una mia estensione, ed io sono una estensione. Gli ho detto varie volte che il suo successo è il mio successo e viceversa.
Al solito, vi consiglio la lettura dell’articolo integrale che contiene un sacco di altri particolari interessanti sul viaggio di Goff e Johnson, mi si consenta però una considerazione finale: etichettare i giocatori come bust dopo uno o due partite è peccato capitale. Spesso non bastano un paio di stagioni per una valutazione sensata ed è sempre necessario considerare un sacco di fattori ambientali e non, prima di buttare un giocatore (o un coach) nel metaforico sacco dell’umido.