Un cambio di paradigma: Costruire dall’esterno?

Mentre di avviciniamo all’inizio della nuova stagione (che coincide, in pratica, con quello della free agency), prevedere quello che il nuovo regime ha intenzione di fare è particolarmente complicato ma anche particolarmente interessante.

Per la prima volta, penso, dal 2009 ci sono talmente tanti cambiamenti in atto contemporaneamente che più che fare previsioni attendibili, ci possiamo divertire a leggere i fondi di caffè ed interpretare le dichiarazioni dei dirigenti.

In questa particolare disciplina, Erik Schlitt ha trovato un segnale particolarmente notevole che avevo trascurato nell’intervista di Chris Spielman che era stata recentemente rilasciata alla free press e di cui abbiamo già trattato alcuni giorni fa e lo ha sviscerato nel suo è particolarmente complicato significato.

Ma facciamo parlare subito l’Uomo in persona:

I’ll have to ask Brad (Holmes) or Dan (Campbell) this theory, but I have a theory that you kind of, back when I played… you used to build from the inside out. Well, today’s league, I think you build from the outside in.”

Devo chiedere a Brad (Holmes) o Dan (Campbell) su questa teoria, ma ho una teoria che tu possa, diciamo, quando giocavo… di solito costruivi da dentro a fuori. Bene, nelle Lega di oggi, penso che costruisci da fuori a dentro.

Il cconcetto di “partire da dentro” per costruire una squadra è ben noto e, per i vecchi nostalgici come me, rassicurante.

In attacco, vuol dire partire dal gioco di corsa per “aprire ai passaggi”, ovviamente questo non vuol dire solo una bella linea d’attacco e tanti blocchi che sono solo buon football ma anche tracce lunghe nel gioco di lancio che richiedono tempo per svilupparsi e/o pazienza per aprire le corsie in quello di corsa. In questo modo, mostrando la voglia di correre e di minacciare tutti i livelli del campo, si costringono gli avversari a coprire tutto il campo, cercando di creare i famosi mismatch da sfruttare.

In difesa, si parte da un front seven pensato per bloccare la corsa e costringere gli attacchi a diventare monodimensionali, dando tempo sia al pass rush di arrivare a segno mentre la secondaria cerca di coprire efficacemente.

È un modo di pensare di provata efficacia ed è molto seguito: se avessi un euro per ogni volta che qualcuno tra coach o giocatori dei Lions negli ultimi cinque anni ha usato l’espressione “è fondamentale stabilire la corsa” in attacco e “prima di tutto, dobbiamo bloccare la corsa” per la difesa, non dico sarei milionario ma non dubito che mi sarei ripagato il game pass.

Cambiare il paradigma e costruire al contrario vuol dire che in attacco, si cerca di mettere la palla in mano rapidamente ai playmaker per metterli in condizioni di, beh, make a play, fare la giocata.

In difesa, al contrario questo vuol dire dare la precedenza alla copertura dei passaggi rispetto al fermare la corsa.

Specie in difesa, e ne avevamo parlato un po’ lo scorso anno, il dibattito su chi sia più importante tra pass rush e coverage pare terminato con la vittoria del coverage, più difficile da ottenere via schema (almeno per un po’, tra alcuni anni potete scommettere che la giostra tornerà a girare).

Prima che qualcuno venga colto dal panico e pensi che questo voglia dire che rivedremo la difesa passiva di Patricia, devo rassicurarvi che no, non succederà. Questo perché questo modo di intendere la difesa predilige dei LB veloci, versatili ed in grado di coprire mentre Patricia e Quinn davano la preferenza a LB molto grossi e muscolari con il primario compito di fermare, appunto, la corsa. Pensate a giocatori anche bravi ma che seguono questo stampo come Reggie Ragland e sostituiteli con Devin Bush. O pensate a quanto lo staff precedente ha chiesto a Jalen Reeves-Maybin di metter su peso a costo di perdere velocità. Ora è probabile che venga chiesto di far calare la massa muscolare a favore della velocità.

Se volete un team che usa un approccio simile mi vengono in mente come primo nome gli Steelers ma anche e soprattutto l’ultimo team di Dan Campbell e Aaron Glenn, i New Orleans Saints.

Un bel vantaggio di usare un simile approccio è che una difesa Saints style potrebbe essere implementata recuperando un bel po’ di pezzi già disponibili in garage, per così dire, senza dover buttare all’aria tutto.

In attacco, la prima comparazione che mi viene in mente sono i Los Angeles Rams degli scorsi anni, ma guarda tu i casi della vita, il cui attacco era predicato su molta play action ma affiancata ad un sacco di passagi veloci per Cooper Kupp o Xavier Wood, sfruttando la loro capacità di guadagnare iarde dopo la ricezione quando centrati precisamente in movimento, precisione che è uno dei punti forti di Jared Goff (ma anche qui tu guarda un po’ il caso). O per Tyler Higbee, visto che la connessione tra il TE ed il suo QB era evidente. Tutti questi meccanismi, a loro volta, aprivano il gioco di passaggio profondo sulle 20-30 iarde.

Il tutto si incastra talmente bene da far pensare che la premessa attenuativa usata da Spielman sia, come del resto prevedibile, solo retorica e che lui, ma soprattutto Campbell ed Holmes, abbiano bene, benissimo in mente come sviluppare la squadra per il futuro.

Il che è bello da poter pensare, a questo punto dell’anno.


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